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domenica 9 marzo 2025

Una meraviglia di acquerello

C'è una magia nell'acquerello che mi affascina da sempre. È una tecnica libera, imprevedibile, capace di sorprendere. Per un insegnante l’acquerello può diventare uno strumento perfetto per insegnare ai bambini la bellezza dell’espressione senza schemi rigidi.

L’acquerello è un colore vivo: si muove, si espande, si fonde con l’acqua e con la carta, dando vita a forme inaspettate, non è mai del tutto controllabile. 

Quando un bambino appoggia il pennello su un foglio umido e vede il colore sciogliersi e diffondersi come per magia, c’è un momento di pura meraviglia. È un’esperienza quasi ipnotica, che cattura l’attenzione e stimola la creatività. Ogni macchia d’acqua e colore diventa un’opportunità per scoprire nuove forme, nuovi mondi, nuove storie.

A sei anni, i bambini stanno ancora esplorando il proprio modo di comunicare e di rappresentare il mondo. Spesso temono di non "fare bene" o di non riuscire a disegnare ciò che hanno in mente. L’acquerello li aiuta a lasciar andare questa paura, perché è una tecnica che premia il fluire spontaneo più che la precisione del tratto.

Le prime attività con l'acquerello, secondo me, dovrebbero sempre iniziare con una semplice proposta: “Guardiamo cosa succede quando il colore incontra l’acqua”. Non serve un obiettivo preciso, basta osservare, lasciarsi sorprendere, sperimentare.

Un altro aspetto affascinante dell’acquerello è la sua interazione con la carta. A seconda del tipo di supporto scelto, il colore verrà assorbito in modo diverso.

  • Carta liscia: il colore rimane più in superficie e si sposta facilmente, creando sfumature delicate.
  • Carta ruvida: l’acqua viene assorbita più lentamente e le pennellate appaiono più materiche.
  • Carta bagnata: il colore si espande come se danzasse sul foglio, creando effetti eterei e imprevedibili.

Permettere ai bambini di provare diverse carte e osservare cosa succede ai colori è un’attività che stimola il senso del tatto e la curiosità.

In più, usare l’acquerello in classe oltre ad avere valenza come esperienza artistica, può servire per imparare che non tutto deve essere perfetto, che l’imprevisto può portare a qualcosa di bellissimo, che ogni errore può trasformarsi in un’opportunità.

Quest'anno la prima esperienza che ho offerto ai bambini è stata proprio l'incontro fra il colore e una goccia d'acqua.

Erano i primi giorni di scuola  ci conoscevamo ancora poco e tutto era ancora lavoro per stimolare curiosità. Ho proposto l'attività senza spiegazioni, ho incollato due strisce di nastro adesivo trasparente sulla pagina del quaderno di ognuno. Ho fornito un contagocce con una goccia d'acqua e un pennarello acquerellabile. L'obiettivo non era dipingere, ma osservare, sperimentare e lasciarsi sorprendere da ciò che il colore e l’acqua possono fare insieme.

Guidati da me, con il contagocce, hanno lasciato cadere una goccia d’acqua sopra il nastro adesivo. Subito si sono accorti che la goccia rimaneva lì, perfettamente tonda, senza assorbirsi. Si muoveva leggermente se inclinavano il foglio, scivolando via come una piccola perla di vetro.

Gli occhi di tutti erano pieni di meraviglia. “Sembra una goccia di pioggia sul vetro della finestra!” ha esclamato uno di loro. "È una perla trasparente"

Poi è arrivata la parte più inattesa. Ho chiesto ai bambini di avvicinare la punta del colore delicatamente alla goccia d’acqua. Appena la punta del pennello l’ha sfiorata, il colore ha iniziato a diffondersi lentamente, sciogliendosi nell’acqua come per magia.

Ho scelto il blu perché il tema dell'accoglienza di quest'anno era l'acqua. Ogni goccia si è trasformata in una piccola sfera colorata, con sfumature che si muovevano e cambiavano davanti ai loro occhi.

È stato emozionante vedere il loro stupore: non c’era un risultato giusto o sbagliato, solo la bellezza del colore che si espandeva liberamente. Il gioco è continuato spingendo e tirando il colore di qua e di là con il tappo del pennarello, restando sempre nel confine dello scotch. Si sono formate goccine piccine piccine, lacrime lunghe e sottili che piano piano si riunivano per tornare alla forma originaria della grande goccia blu. 

Poi ho proposto ai bambini di provare a raccogliere la goccia con un pezzetto di carta assorbente. Appena la carta ha toccato l’acqua, il colore si è trasferito su di essa in modo del tutto imprevedibile: alcune macchie sembravano fiori, altre piccoli cuori sfumati. il blu sfumava nel celeste e nell'azzurro

Abbiamo osservato insieme come ogni pezzo di carta fosse diverso dall’altro, unico e irripetibile. Nessuno poteva controllare esattamente quale forma avrebbe preso il colore, e proprio questo rendeva l’esperienza speciale.

I bambini non hanno sperimentato una tecnica artistica, ma hanno vissuto il piacere della scoperta, di lasciarsi sorprendere da ciò che accade senza guidare un segno preciso e preordinato.

Mentre li guardavo affascinati davanti alle loro piccole creazioni, ho pensato a quanto questa gioia sia fragile. I bambini sono liberi di stupirsi, di provare, di sbagliare senza paura. Ancora non conoscono le rigidità del mondo degli adulti, fatto di regole, produttività, aspettative.

Vorrei che per loro l'arte, il disegno siano ancora uno spazio puro, un luogo dove il colore può danzare nell’acqua senza vincoli, senza dover avere uno scopo preciso. Ma per quanto ancora? Già gli chiediamo coloriture più precise, rispetto della realtà. Segni curati. Crescendo, saranno sempre più immersi in un sistema che chiede efficienza, che misura il valore delle cose in base alla loro utilità, che spesso soffoca la spontaneità e la meraviglia.

L’acquerello racconta una storia diversa: la storia di una libertà che esiste finché qualcuno permette che esista. E io, nel mio piccolo, voglio continuare a proteggere questa libertà il più a lungo possibile, perché un giorno questi bimbi non si trovino a rimpiangere la meraviglia di una semplice goccia di colore che si scioglie nell’acqua, vorrei che conservassero lo stupore di provare nuove cose e stupirsi della bellezza che possono aiutare ad apparire.









sabato 1 marzo 2025

ESISTONO LE PAROLE O I COSTRUTTI DIFFICILI NELLA LINGUA?

*Premessa: nei miei post utilizzo il maschile non marcato come genere grammaticale, per praticità economia e convenienza di struttura della lingua e di fonetica. Comprendendo ad esempio con la parola tutti, proprio tutti *

Quest'anno ho una classe prima e la beatitudine di avere dei bambini meravigliosi. Vivacetti, monelletti, curiosi e tenaci come piacciono a me.
Non li spaventa nulla, non sentono la fatica mentre lavorano (anche se poi, nel pomeriggio mi chiedono quanto manca all'uscita, cucciolotti del tempo pieno).
Si organizzano autonomamente in gruppo nei giochi e nel lavoro. Amano giocare con dame logiche e alternative, scacchiere inventate sulle quali si muovono con tappi di bottiglia. Disegnano come illustratori professionisti, cogliendo particolari della realtà e rappresentando emozioni personali.
Hanno appreso i rudimenti della lettura e della scrittura con molta passione, alcuni già leggevano correntemente, altri autonomamente, altri conoscevano solo le lettere, qualcuno nemmeno quello.
L'approccio alla lettura è stato fatto, ovviamente, con i racconti orali miei e loro,  con la lettura sistematica e soprattutto fatta per il semplice piacere di leggere storie e inventarle, di albi illustrati senza parole e con poche parole, molto colorati, allegri e anche giocosi come i libri di Tallec, i libri con i buchi ecc. , manipolazione libera di libri, colori e carta. Abbiamo realizzato tanti libri, il libro dei loro ritratti, quello dei nomi, abecedari a gogò, versi, collage stile Gek Tessaro. Abbiamo in classe una libreria alla quale hanno accesso libero con il patto di tenerla ordinata e di non distruggere i libri, ahimè qualche bel, costoso, albo illustrato è risultato alle ultime stime parecchio ammaccato. 
Tant'è... il libro va vissuto, e, grazie alla collaborazione fra bambini, hanno imparato a leggere anche semplicemente aiutandosi vicendevolmente nella decodifica. 
Tutto questo ovviamente toglie parecchio lavoro alla sottoscritta 😄 dandole il tempo di cullarsi in dubbi linguistici e/o orto/grammaticali.

Ho, infatti, come sempre 😒, un dubbio didattico...  chissà come mai!

Il dubbio è questo È utile parlare di "Difficoltà" Ortografiche ai bambini?

Mi spiego meglio, essendo iscritta a vari gruppi di insegnanti, mi capita di vedere fantastici e creativi lavori sui quaderni che vengono postati, sulle "difficoltà" ortografiche fonetiche o grammaticali.
L'ultima in ordine di apparizione riguarda "L e R" presentate come suoni simili su due belle paginette piene di lana e rana dal titolo Non confondiamo i suoni simili. Il tutto molto colorato e condito con R e L evidenziate e due banalissime frasette una per rana e una  per lana. 
Poi ci sono i suoni difficili, le parole capricciose (La tribù degli indiani cucù, piace anche a me), la M e la N con P e B, CI CE CIA ecc.

Ed ecco quindi le mie perplessità, dato che non uso questo approccio che è presente anche nei libri, è davvero utile evidenziare da subito le eccezioni, le incongruenze e gli ostacoli della lingua italiana? Oppure rischiamo di trasmettere un'idea di complessità che potrebbe non essere necessaria?

Non voglio assolutamente sminuire l’importanza delle regole ortografiche né criticare il lavoro di chi segue un approccio più strutturato e normativo. Tuttavia, mi chiedo se non sarebbe più efficace lasciare che i bambini scoprano la lingua in modo naturale, senza sottolineare continuamente cosa è “difficile” o cosa è “un’eccezione”.

Le Parole Non Sono Difficili, Sono Solo Parole che indicano cose, significanti a cui attribuiamo un significato in base alla loro conoscenza astratta o esperienziale.

Quando diciamo ai bambini che alcune parole o regole sono complesse, non stiamo inevitabilmente  trasmettendo loro il messaggio: “Attento, qui potresti sbagliare.” con il pericolo di innestare un senso di insicurezza e di inibire la spontaneità nello scrivere?

Pensiamo a un bambino che scrive "o" invece di "ho". Se gli diciamo:
"Attento! Qui serve l'h, è una regola!"
stiamo suggerendo che c’è un ostacolo da superare.

Se invece gli facciamo notare, con naturalezza, che in alcune frasi compare una lettera in più, possiamo guidarlo alla scoperta senza caricarlo di ansia. Potremmo dire, esempio banale:
"Guarda, in questa frase possiamo scrivere ‘ho’ con la H. Proviamo a scandirlo insieme, ti sembra di sentire come cambia il senso rispetto alla semplice 'o' ?"

Non si tratta di negare la necessità di imparare le regole, ma di evitare che diventino un blocco. La lingua italiana ha sicuramente aspetti complessi, ma chi decide cosa è complesso per un bambino? Non potrebbe essere semplicemente qualcosa di nuovo, tutto da esplorare? Dopotutto il bambino, autonomamente, entro uno o due anni di età ha già imparato il costrutto di una lingua complicata come qualunque lingua madre, tant'è che è in grado di sopperire lì dove non ha conoscenza di parole e regole che fanno eccezione, applicando semplicemente la regola appresa,  e nascono quindi  riduto, bevere, leggiuto...

Un altro punto che mi fa dubitare dell’efficacia di un approccio incentrato sulle difficoltà è il ruolo che attribuiamo all’errore. Se correggiamo in modo troppo rigido, i bambini iniziano a temere lo sbaglio, anziché vederlo come un’occasione di apprendimento.

Come insegna Rodari gli errori possono essere momenti di gioco e di scoperta. Un bambino che scrive "quore" (Rodari mi porta immediatamente al povero quore malato) invece di "cuore" non ha bisogno di sentirsi dire che ha sbagliato una parola difficile. Ha bisogno di essere accompagnato a osservare che in italiano usiamo la c in questo caso, magari giocando con altre parole simili.

Anche il linguaggio che usiamo è fondamentale: sostituire "Questa parola è difficile, devi stare attento" con "Questa parola è interessante, proviamo a capire perché si scrive così?" potrebbe fare una grande differenza nel modo in cui il bambino si avvicina alla scrittura.

Ripeto, non sto dicendo che chi insegna le regole in modo esplicito stia sbagliando, né che non serva mai correggere. Ma forse dovremmo chiederci se questo approccio sia sempre necessario, soprattutto nelle prime fasi dell’apprendimento.

Personalmente, credo che lasciare ai bambini il tempo di esplorare la lingua senza preconcetti possa aiutarli a sviluppare una maggiore sicurezza e autonomia. La scrittura non dovrebbe essere percepita come un insieme di ostacoli da superare, ma come un territorio da conoscere con curiosità e senza paura. Uno strumento attraverso il quale comprendere e farsi comprendere.

In questi giorni stiamo giocando con le lettere ponte, spezziamo le parole in sillabe, come facciamo sempre, ma accompagniamo la dizione con un piccolo gesto di perdita dell'equilibrio. Sco- peR -

ta. Naturalmente abbiamo sempre lasciato il ponte attaccato alla prima sillaba, senza alcuna spiegazione. Così come non abbiamo spiegato che STR non si divide.

Non so se sono stata chiara. Magari qualche raro lettore di passaggio mi lascia un commento per dirmi cosa ne pensa?